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FANGHI DA DEPURAZIONE, MILLE DESTINI E NESSUNA LEGGE

Articolo 41 del decreto 109, ribattezzato lo scorso autunno come "decreto Genova". Tutto ha inizio da lì, da quando cioè il legislatore stabilisce che l’uso dei fanghi da depurazione in agricoltura, in attesa di “una revisione organica della normativa di settore”,  è permesso nei limiti degli attuali valori di concentrazione di metalli pesanti nei fanghi da depurazione destinati all’agricoltura, “fatta eccezione per gli idrocarburi (C10-C40), per i quali il limite è di 1.000 (mg/kg tal quale)”.

In seguito a quel decreto scoppia un caso mediatico, il ministro dell'Ambiente Sergio Costa viene accusato di aver inserito un "codicillo" all’interno di un decreto nella speranza che quello che fu definito un favore alle imprese lombarde e venete, che intanto avevano accumulato ingenti quantità di fanghi difficili da smaltire, passasse inosservato. Inizia un lungo botta e risposta che subito il Ministero liquidò affermando che i valori erano stati lasciati invariati solo per far fronte ad una fase di emergenza.

In effetti, l’emergenza non poteva non crearsi dal momento che l’unico decreto al quale le imprese che producono fanghi possano far riferimento, ancora oggi risale al 1992 ed è il decreto legislativo numero 99. Partendo dai fatti più recenti dunque, cerchiamo di ricostruire la vicenda fanghi cercando di capire verso quale direzione sta andando il nostro Paese e tutte le industrie che con i fanghi lavorano e che ad oggi, chiedono a gran voce una revisione del quadro normativo.

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