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CAMPANIA, RIFIUTI ORGANICI: STORIA DI UN CICLO A METÀ

“Molti comuni virtuosi, e io non smetterò mai di ringraziarli, hanno deciso di ospitare sui loro territori i nuovi impianti di compostaggio. Il meccanismo si è messo in moto in modo virtuoso. Sono abbastanza ottimista”. Così l’assessore all’Ambiente e vice presidente della Regione Campania Fulvio Bonavitacola commenta il piano lanciato da Palazzo Santa Lucia per la costruzione di 15 impianti di trattamento dell’umido. Il gap da colmare, del resto, è enorme. Sebbene con le sue 679mila tonnellate raccolte la Campania si collochi tra le prime regioni in Italia per quantità di umido differenziato, solo l'11% del totale pari a circa 79mila tonnellate è stato trattato nei sei impianti regionali attualmente attivi, mentre tutto il resto è stato spedito in altre regioni. Con i costi di trasporto a gonfiare le già salatissime tariffe a carico dei cittadini. “Le nostre sono comunità “riciclone” che sanno fare benissimo la raccolta differenziata – spiega Maria Teresa Imparato, presidente di Legambiente Campania – ma poi non possono trattarla perchè mancano gli impianti. Eppure gli impianti servono, altrimenti l'economia circolare è solo fuffa”. Senza dimenticare che proprio la carenza di centri di compostaggio e digestione anaerobica (che trasformano gli scarti di cucina in fertilizzante e biogas) figura tra i motivi alla base delle sanzioni inflitte quotidianamente dall'Unione europea alla Campania per non aver rispettato le direttive comunitarie in materia di rifiuti. Centoventimila euro al giorno, da versare nelle casse di Bruxelles a seguito della condanna da parte della Corte Ue di Giustizia del 2015, 40mila dei quali proprio per la mancanza di impianti di trattamento delle frazioni organiche. A fine 2018 il conto delle multe ammontava già a 151 milioni di euro.

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